Palazzo Grimani

Tra i tanti meravigliosi edifici che affollano le calli veneziane, Palazzo Grimani è forse il più discreto ed elegante, in virtù anche della posizione defilata nei dintorni di Santa Maria di Formosa, vecchio capolavoro quattrocentesco di Mauro Codussi.

Ma la sua sobria raffinatezza estetica è anche frutto delle scelte precise della famiglia Grimani, che ne affidò il progetto ai migliori architetti del XVI secolo (Sebastiano Serlio, Jacopo Sansovino, Michele Sanmicheli, Andrea Palladio).

D’altronde essa aveva persino i mezzi finanziari per permettersi un simile “lusso” domestico: il capostipite della dinastia, Antonio Grimani, aveva infatti accumulato un’ingente fortuna commerciando con l’Oriente, ottenendo addirittura la carica di Doge dal 1521 al 1523; il figlio Domenico sviluppò poi tale eredità con notevole sagacia, intrecciando strette relazioni politico-economiche con la Santa Sede.

Fu Domenico, nominato Patriarca di Aquileia nel 1498, a lanciare l’idea di un edificio di rappresentanza per la famiglia a Venezia, da utilizzare anche come deposito dell’immensa collezione archeologica raccolta durante i suoi frequenti soggiorni ecclesiastici a Roma.

Inizialmente la proposta rimase solo su carta, ma alcuni decenni più tardi Giovanni Grimani - nipote del cardinale - diede nuova vita al progetto grazie alla preziosa collaborazione di Michele Sanmicheli, già autore del rinnovamento del centro storico di Verona dal 1530 al 1537.

Fedele all’impostazione classica dell’epoca, Sanmicheli ideò una struttura semplice ma estremamente armoniosa, dotata persino di un piccolo cortile interno per ricevimenti privati; la facciata esterna ricevette invece un aspetto piuttosto monumentale con massicce finestre ad arco ed eleganti marmi policromi.

Iniziati nel 1540, i lavori proseguirono per oltre trent’anni, sotto la direzione prima dello stesso SanMichele e poi del collega Giovanni Antonio Rusconi, che terminò ufficialmente l’opera nel 1575.

Nel frattempo le sale interne erano state affrescate da maestri come Francesco Manzocchi, Camillo Mantovano e Francesco Salviati, con brevi interventi decorativi di Federico Zuccari e Giovanni da Udine.

E tanta magnificenza artistica colpì subito l’occhio dei contemporanei più facoltosi, che magnificarono la grandezza di Palazzo Grimani con sincera devozione: Enrico III di Francia, per esempio, visitò la dimora veneziana nel 1573 e cercò invano di imitarne l’eccellente decorazione nelle sue numerose residenze parigine.

A partire dal XVIII secolo, poi, l’edificio divenne una delle mete abituali del cosiddetto Grand Tour, con frequenti soggiorni di artisti, letterati e diplomatici provenienti da ogni parte d’Europa.

Ma il palazzo di Santa Maria di Formosa acquisì meritata fama anche per le sue ampie collezioni archeologiche greco-romane, frutto della comune passione di Domenico e Giovanni Grimani per la cultura classica.

Nel 1596 parte di questo patrimonio - ottenuto tramite diversi scavi sui colli della Città Eterna - venne donato alle autorità cittadine, dando vita al primo nucleo dell’attuale Museo Archeologico veneziano.

Tuttavia decine e decine di fregi, statue e manufatti antichi rimasero comunque nelle sale interne di Palazzo Grimani, dove costituirono una visione riservata e ambitissima sino alla seconda metà del XIX secolo, quando l’estinzione della grande famiglia patrizia sembrò abbandonare l’intero complesso architettonico ad un triste, inesorabile degrado.

“Canaletto. Il Quaderno veneziano”

Dal 01/04/2012 al 01/07/2012

Si inaugura a Venezia il 1 aprile, nella cornice straordinaria delle sale di Palazzo Grimani, la mostra “Canaletto. Il Quaderno veneziano” dedicata al celebre Quadernodi schizzi di Canaletto, un unicum nella storia dell’arte del Settecento, codice mai visibile al pubblico, ora presentato assieme a ventiquattro disegni di antica provenienza veneziana, appartenenti a collezioni pubbliche e private, per la prima volta insieme.

Il progetto espositivo è a cura del Direttore del Gabinetto dei Disegni delle Gallerie dell’Accademia, Annalisa Perissa Torrini, programmato nell’ambito della valorizzazione del fondo grafico, promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda lagunare e prodotto da Venezia Accademia.

La mostra indaga il modus operandi dell’artista, definendone la concreta operatività nella fase di costruzione grafica e stabilisce il ruolo svolto dalla camera ottica nell’ideazione e realizzazione delle vedute di Venezia.

Il Quaderno di Canaletto è un prezioso piccolo volume (mm 175×235) formato da 7 fascicoli, rilegati nell’Ottocento, ma in origine sciolti, ricolmo di schizzi realizzati probabilmente in un breve arco di tempo, poi riutilizzato dal pittore veneziano negli anni.

Ogni fascicolo racconta il processo creativo del suo lavoro: le tipiche annotazioni sui colori, sui materiali e sui luoghi ritratti, le correzioni e abrasioni, i cambi di inchiostro e di penna, lo sporadico uso del righello e l’impiego della punta metallica, la cui presenza è stata osservata nel corso degli studi e delle analisi delle tecniche e della carta.

Insieme al Quaderno, vengono esposti otto fogli, tra cui il cosiddetto “scarabotto” con il Canal Grande di fronte alla Salute e il Traghetto di San Moisé, della raccolta delle Gallerie, sette fogli della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Trieste, sette fogli poco noti di collezione privata italiana di provenienza Corniani-Algarotti, il foglio della Fondazione Cini e quello del Museo Correr di Venezia.

Importanti dipinti di collezioni pubbliche e private mostreranno poi la realizzazione pittorica di alcuni disegni esposti in mostra: capolavori delle Gallerie dell’Accademia, di Ca’ Rezzonico, degli Uffizi, di Castello Sforzesco e di importanti collezioni private italiane, mentre alcune incisioni, di Visentini e Smith, documentano l’importanza delle stampe sia nell’iter creativo dell’artista, che nella diffusione della sua opera.

In occasione della mostra verrà pubblicato un fac-simile del Quaderno di Canaletto, edito da Marsilio Editori, accompagnato da un saggio storico interpretativo di Annalisa Perissa Torrini e seguito da uno studio sulla fascicolazione e rilegatura condotto da Barbara Biciocchi, da un testo sulla camera ottica a cura di Dario Maran, e documenti sulla vita di Canaletto trovati da Alessandra Schiavon all’Archivio di Stato di Venezia.

Il progetto di allestimento, curato da Annunziata Genchi, comprende supporti audiovisivi e multimediali didattici, fra i quali una riproduzione digitale del Quaderno, realizzata da Mauro Tarantino, che permetterà al visitatore di sfogliare virtualmente tutte le pagine del prezioso codice, mentre diversi filmati illustreranno l’utilizzo e le finalità della camera ottica, i modi di fascicolazione del volume e le tecniche grafiche di esecuzione, un filmato in 3D con il confronto tra i disegni e i dipinti ed un altro sul funzionamento della camera ottica. Un modello funzionante di camera ottica, inoltre, è stato realizzato in collaborazione con il Musée Maillol di Parigi, dove il visitatore potrà guardare le “vedute” come faceva lo stesso Canaletto.

Orari d'apertura:

Da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00

Lunedì dalle 9.00 alle 14.00

La biglietteria chiude 45 minuti prima

Biglietto:

Intero 7 euro - Ridotto 5 euro;

Mostre collaterali Biennale + Veronese (valido fino al 24/7) 10 euro cumulativo

0 commenti: